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Sono stati già pubblicati i primi due volumi della raccoltà di commedie a cui vi accennavo qualche notizia fa. Stiamo aprendo una sezione a loro dedicata nel sito, dove troverete tutte le informazioni circa questa opera. Se siete interessati, potrete comprare i due volumi a costo tipografico presso la libreria Dadà in viale dell'Università - Lecce. Tutto il ricavato andrà in beneficenza. Intanto in questa notizia vi ripropongo la presentazione edita nel secondo volume e scritta da William Fiorentino. Buona lettura!

Essendo un topo di teatro ed avendo girato, durante la mia lunga vita di attore e di autore, i tanti luoghi in cui Talìa mi chiamava, e cioè dalle semplici sale rurali ai teatri che costellano la nostra provincia, ho avuto modo trarre da ognuno di questi un insegnamento sia di vita che professionale, ma quel motto che io lessi per la prima volta su di una parete del retropalco del Teatro Politeama di Lecce, il grande Tempio nostrano della lirica e del teatro, lasciò un segno indelebile nel mio animo: il palcoscenico è il luogo dove si gioca a fare sul serio!…

Sacrosanta verità! Infatti il palcoscenico è la culla dell’ironia, della tragedia, del dramma presentati sotto una miriade di sfaccettature ma che soltanto una cosa le unisce: la serietà nel giocare con esse!

Giustamente vi chiederete quale nesso possa avere tale preambolo con quanto sto per presentarvi, presto detto: la serietà con la quale gli amici Achille Arigliani e Carlo Vincenzo Greco hanno giocato nel riempire con la loro fatica un vuoto esistente nel nostro teatro in vernacolo, appunto: la serietà nel giocare con i fatti e i personaggi delle loro opere, divertendo! I nostri Amici, infatti, avendo scoperto gli elementi per intraprendere dei giochi esilaranti che fanno spettacolo, hanno trovato la formula per costruire ed offrire buonumore con semplicità e seria professionalità. [... continua]

 

Il grande firmamento degli scrittori di teatro salentini si arricchisce quindi di due nuove comete, Arigliani e Greco, che, a quattro mani, con impeto artistico s’inseriscono rivisitando autori e copioni di altre regioni, ricolorandoli con le vive tinte della nostra terra e del nostro idioma, rivivificandoli imbastendo nuove situazioni paradossali e comiche, e caratterizzando i vari personaggi nei “tipi” della Lecce tradizionale.

Gli Autori hanno voluto battezzare questa loro prima pubblicazione “Le furestere” in omaggio a Giuseppe De Dominicis il quale, giovanissimo, volle tradurre in lingua leccese 14 originali poesie di autori “forestieri” e cioè non salentini come gli autori ai quali i Nostri si sono ispirati.

La presente raccolta comprende 4 atti unici e cioè: Beddhu te mamma tratta da “Sistemino” di G. Casini; Mmacarìe muterne tratta da “La poltrona magica” di P. Anchise Biasoli; Lu Giggettu à turnatu tratta da un bozzetto di P. Spina; Anu e benenu tratta da una farsa anonima fiorentina; Nu cheu alla cuscenzia tratta da “Torna masciu” di E. Vernole, ed una commedia in tre atti “Pe lla Peppa!!!” tratta da “Quel simpatico zio parroco” di F. Roberto.

Queste commedie, senza faraoniche pretese, hanno, in qualche modo, funzione terapeutica e lenitiva in quell’attuale clima pregno di problematiche esistenzialistiche che stiamo vivendo.

Nel leggere i Loro lavori quello che soprattutto colpisce è il dinamismo dell’azione, le vicende che si rincorrono una all’altra senza soluzione di continuità, il parossismo comico per cui non vi è tempo per la riflessione. In questo tipo d’impianto scenico è possibile sentire l’autoironia nel senso che tutte le illusioni proposte dai vari personaggi ricadono sui personaggi stessi. Tutto ciò è pervaso da tutti quei possibili sentimenti della gente comune che, sapientemente dosati ed amalgamati, ci richiamano alla commedia dell’arte.

In “Pe lla Peppa!!!” si vive un’aria bucolica nella quale la zia suora Peppa (nell’originale di F. Roberto è un parroco di campagna) svolge un ruolo di collegamento tra i vari personaggi dell’azione con quell’arguzia e saggezza che i nostri Autori hanno saputo darle. Nondimeno anche il personaggio di Apollo, il fratello vedovo, se pur legato e ligio ai vecchi princìpi e regole delle sacre famiglie di una volta, munito di un carattere pseudo-autoritario, viene “domato” dalla forte personalità della sorella grazie alla quale le due figliole di Apollo, Cuncetta e Mimma, troveranno un lieto fine alle loro aspirazioni sentimentali e turistiche. Colorano l’ambiente ed i dialoghi due figure caratteristche quali il maggiordomo Riton Tonton con il suo scostante “savoir-faire” francese ed il sacrestano Ninu che ne crea l’opposto con la sua semplicità. Ma la figura portante, che in una prima analisi potrebbe sembrare di secondo piano, è quella di Catarina, la defunta moglie di Apollo, che con la sua “invisibile” e costante presenza e con i suoi misurati interventi, svolge la dolce funzione di angelo custode del marito assistendolo, confortandolo e suggerendogli semplici soluzioni ai suoi complessi crucci.

Ma quando i nostri Autori decidono di condurre lo spettatore nel vivo di una vicenda da Loro orchestrata nei minimi particolari, costruita non più sulle battute ma su meccanismi che s’incastrano alla perfezione per raggiungere il coronamento finale, dimostrano di avere la perspicacia degli ideatori di razza così come succede nell’atto unico “Beddhu te mamma” in cui la girandola delle invenzioni ruota vorticosamente attorno a Nzinu che giocando al superenalotto, si dice, avrebbe vinto una considerevole somma di denaro per cui viene corteggiato da due attempate zitelle, Chicca e Mmaculata, dai cui assalti amorosi e “disinteressati” viene energicamente difeso dalla di lui madre Tora. Purtroppo la schedina giocata non si trova per cui Nzinu, stanco per le ricerche, si addormenta e, nel sogno, viene importunato da una terza pretendente alla sua mano: Filumena, una bella ragazza, che tra una moina e l’altra cerca di sapere se effettivamente il vincitore della considerevole somma è proprio lui. Sopraggiunge intanto un cronista della televisione, Cchinu Spress, il quale vorrebbe l’esclusiva per un’intervista al fortunato vincitore che purtroppo non avrà. Terminato il sogno, Nzinu si risveglia continuando le ricerche della schedina smarrita, ma con sua grande meraviglia riceve la “vera” visita di Filumena la quale gli svela di avere un grande affetto per lui anche senza la favolosa vincita ormai sfumata.

Trame e personaggi rinascono nell’aggancio a commedie “furestere” rielaborandoli e calandoli nelle realtà problematiche contemporanee ben innestate nella storia che si rappresenta e reimpastate con l’umore, il sapore, la musica della nostra lingua leccese e dell’animo salentino. Tutto ciò per Arigliani e Greco avviene con esiti felici e di non facile ristrutturazione visto che il lavoro di “rifacimento” comporta uno studio ed un’analisi del testo originale e, di conseguenza, una capacità di modernizzazione non sempre agevole come nell’atto unico “Macarìe muterne” nel quale la fa da padrona una modernissima poltrona per dentista, ultimo ritrovato della scienza odontoiatrica, che permette di cavar denti senza l’ausilio dell’anestetico grazie ad un marchingegno “elettro-magnetico” di ultima invenzione. A farne le spese saranno quasi tutti i personaggi della storia. Ma il tocco magistrale dei Nostri sta nell’aver voluto sottolineare alcuni momenti scenici di quest’atto unico, e soprattutto nel finale, innestando  parodie di vecchie canzoni quali “Vivere” e “Se potessi avere mille lire al mese” adattandole sapientemente al contesto .

Menzione a parte merita C.V.Greco, autore indiscusso di tante armoniose poesie dialettali essendo Egli uno tra i più quotati verseggiatori viventi e nelle quali ha profuso tutte le sue potenzialità poetiche, per aver intrapreso la via del teatro con una convinzione ancor più impegnativa della precedente. Ma come suol dirsi: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto!… ed ecco lasciare anche nella neo ”operazione teatro” il Suo segno indelebile indorando, con quel tocco magico della Sua lirica penna alcuni momenti particolari delle presenti opere con scorci di bella poesia imbevuti nell’autentica lingua leccese: lu “rusciàru”!

Per A. Arigliani è stato invece un rituffarsi nel mondo del teatro vernacolare in quanto già veterano di quelle battaglie sceniche che più volte lo hanno visto esibirsi su vari palcoscenici delle nostre contrade. Ma da buon “exallievo salesiano”, e non dimenticando la sua genuina educazione cristiana e donboschiana, ha voluto testardamente credere ancor più nel messaggio di umiltà, serenità e di allegria che il Suo efficace “teatrino” poteva trasmettere.

Va da sé che nei diversi modi di esprimersi corrisponde un tipo di umanità differente come nell’atto unico “Lu Giggettu à turnatu” dove l’inaspettato ritorno di Giggetto dalla “Squizzera” nella sua casa natale crea, a dir poco, un vero terremoto. Ed il terremoto è anche nel lessico dello stesso Giggetto in quanto avendo fatto suo (a modo suo!) l’idioma “di quelle parti lì”, getta sui poveri genitori, Ngecca e Natalinu, una valanga di sproloqui coniati per l’occasione dalla sua fervida fantasia di povero emigrato “strutto”. Non manca nel finale il coinvolgimento del vicinato che, richiamato dalla notizia dell’inatteso ritorno di Giggetto, inscena una festa in suo onore con canti e balli.

Ancora una volta la famiglia di Giggetto rappresenta quel vecchio ceto sociale che all’epoca risultava estremamente privo di quegli strumenti di preparazione e cultura che invece in esso attualmente sussistono grazie alla velocissima emancipazione globale in cui stiamo vivendo.

I Nostri maneggiano la lingua leccese sapendo dove e come ricorrere ad espressioni colorite senza falsi pudori e, sotto l’apparenza scherzosa, è l’intera società salentina ad essere chiamata in causa con i suoi pregi, con le sue miserie e le sue debolezze.

Come nell’atto unico “Anu e benenu” nel quale non mancano risvolti imprevisti e piacevoli quando emerge la voce del popolo intransigente nel giudicare negativamente gli eccesi che spingono un costume che non si fa scrupolo di calpestare la vecchia morale. Ma mi chiedo: c’è ancora una morale? Forse sì, e suo depositario, come in questo caso, è il popolo “basso”, semplice, quel popolo abituato da sempre a chinare la testa di fronte ai sorprusi ed alla fatalità del destino che spesso e volentieri gli è nemico. E proprio in aiuto di questo ceto le anime dei defunti Itu Nicazza e di Cenzi Antonìca ritornano sulla terra per aiutare l’amico Sergio Miciolla e sua moglie Maria Scotulaciceri che, tanto per cambiare, si trovano in grosse difficoltà economiche. Durante la loro visita all’amico di vecchia data vengono a sapere però dello stato di abbandono della città, dei suoi problemi e di quelli dei suoi abitanti in quanto il lavoro manca e ben poca gente è disposta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma Itu e Cenzi sanno come fare per alleviare le pene dei due coniugi, infatti, per loro intercessione, fanno cadere dal Cielo due borse piene di denaro per la felicità di Sergio e di sua moglie. Ma San Pietro, intanto, è alla ricerca delle due anime allontanatesi dall’Empireo senza alcun permesso e trovatele, dopo averle ben bene strapazzate, le riporta nella loro Sede eterna. Si spera che anche per noi ci siano dei vecchi amici ca “Anu e benenu”!

A parte le doti letterarie di Greco ed Arigliani che consentono di costruire una comicità in gran parte fondata sui dialoghi, è evidente che i personaggi da loro creati non sono degli stereotipi, sono invece creature vive alle prese con la realtà odierna. In particolare i ruoli femminili la cui psicologia è legata al “modus vivendi” della società tradizionalista di ieri e di oggi.

“Nu cheu alla cuscenzia” è l’ultima opera presentata in questo volume. È un altro atto unico, che appare piuttosto come un bozzetto, in quanto l’azione, svolgentesi in una atmosfera apparentemente drammatica, tende ad avere un felice e rapido epilogo nella chiusura quanto rapido è stato lo svolgersi dell’evento. Comunque denota un’altra sfaccettatura degli Autori che pur prediligendo la vena fantasiosa ed umoristica non disdegnano di lanciare uno sguardo in quella seria e verista.

È sera, e Tore, vecchio pescatore, recita il “rosario” nella sua casa con la moglie Rusina e la figlia Mmela. La preghiera è interrotta dall’arrivo di Nzinu, innamorato di Mmela, che avrebbe l’intenzione di palesare a Tore il proprio affetto per sua figlia. Ma l’emozione del momento non lo aiuta a dichiarare questo suo appassionato sentimento. A sostenere la richiesta di Nzinu interviene Ntunucciu, suo padre, che rammenta a Tore il “tradimento” di cui fu oggetto allorquando, tornato dalla guerra, venne a sapere che Rusina, sua antica fiamma, nel frattempo aveva sposato Tore. Forse è appunto quel chiodo nella coscienza di Tore a far sì che le sue braccia si aprano per cingere Ntunucciu chiedendogli perdono e i due innamorati, Nzinu e Mmela, si abbraccino felici in un patto d’amore.

A questo punto non possiamo far altro che annoverare anche A. Arigliani e C.V.Greco tra gli autori in vernacolo più fertili e significativi del Salento in quanto le loro commedie, il loro paziente lavoro di ricerca e di ricostruzione di vicende e personaggi, lo meritano senz’altro.

E lo merita soprattutto la Loro figura umana, tanto impegnata nel sociale, così schiva e genuinamente salentina da sembrare, essa stessa, un’altra splendida invenzione del loro Teatro.

Ecco perché: il palcoscenico è il luogo dove si gioca a fare sul serio!

 

William Fiorentino

 

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